Una serata per ripensare il nostro stile educativo

L’incontro di ieri, guidato da Alessandra Bulzomì del CSI – Centro Sportivo Italiano, ha offerto alla nostra comunità uno spazio prezioso di riflessione sullo sport come luogo educativo, dove gesti e parole non sono mai neutri, ma contribuiscono a costruire (o a ferire) relazioni, clima e crescita personale.

Partendo dalla sua esperienza diretta – come atleta, allenatrice e arbitro – Alessandra ha accompagnato i presenti presentando lo sport come palestra di vita, in cui adulti, educatori e genitori hanno un ruolo decisivo nel creare un ambiente che educa davvero.

La forza della parola

Uno dei temi centrali della serata è stato il valore della parola. La parola, è stato ricordato, è ciò che ci permette di pensare, di dare nome alle emozioni, di costruire significati. Più un ragazzo ha parole per dire come sta, più può davvero dirci come sta.

Le parole non si limitano a descrivere la realtà: spesso la creano e la definiscono. Possono aprire possibilità oppure chiuderle, costruire fiducia oppure alimentare etichette e giudizi. Anche piccoli cambiamenti di linguaggio possono modificare il contesto immaginativo in cui l’altro si muove: dire “sei più pronto” invece di “sei bravo” sposta l’attenzione dal giudizio alla crescita.

Allenare lo sguardo e il linguaggio

Nel mondo dello sport, tutto questo è ancora più evidente. La partita diventa quasi un “teatro”, dove allenatori, genitori e adulti sono sotto gli occhi attenti dei ragazzi. Ogni parola, ogni gesto, ogni reazione contribuisce a costruire un clima che educa, nel bene e nel male. Un invito forte è stato quello di stare sui comportamenti, non sulle persone: contestare un’azione, non etichettare una persona. Allenare il dubbio, respirare prima di rispondere, imparare a gestire le emozioni per evitare parole dette sull’onda della rabbia o della frustrazione.

Obiettivi diversi, dialogo necessario

È emersa anche una differenza importante tra il modo in cui adulti e ragazzi vivono lo sport.
Spesso i genitori iscrivono i figli con obiettivi educativi o di crescita; i ragazzi, invece, cercano soprattutto divertimento, amicizie, movimento, benessere. Queste diverse aspettative hanno bisogno di essere messe in dialogo, per costruire un progetto educativo condiviso.

Da qui l’importanza di fare domande, di chiedere, di non interpretare: ascoltare davvero aiuta a evitare fraintendimenti e a creare alleanze educative più solide.

Eccellenza, non perfezione

Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato la distinzione tra eccellenza e perfezione.
Allenare all’eccellenza significa aiutare ciascuno a dare il meglio di sé, secondo le proprie possibilità. Cercare la perfezione, invece, rischia di schiacciare, creare ansia e frustrazione. Lo sport, come la vita, diventa così un luogo dove imparare a conoscersi, a migliorarsi e ad accettare i propri limiti.

Una comunità che educa

La serata ha restituito con forza un messaggio chiaro: lo sport è davvero educativo quando c’è una comunità adulta consapevole, capace di interrogarsi sul proprio stile, sul linguaggio, sugli atteggiamenti e sui valori che trasmette, spesso senza accorgersene.

Un incontro ricco, concreto e profondamente collegato al tema della Settimana dell’Educazione: perché anche nello sport, come nella nostra quotidianità, gesti e parole lasciano il segno.