Gesti e parole che lasciano il segno con l’ass. Pollicino

Una serata ricca, che ha toccato corde profonde

Il primo incontro della Settimana dell’Educazione, a cura della dottoressa Pamela Pace, ci ha offerto una serata intensa, profonda e capace di aprire domande importanti sul nostro modo di essere adulti, genitori, educatori.

Con uno stile diretto e umano, Pamela Pace – fondatrice dell’Associazione Pollicino e del Centro Crisi Genitori – ha accompagnato i presenti dentro un tema delicato ma fondamentale: la violenza psicologica, una forma di violenza spesso invisibile, silenziosa, trasversale alle età e ai contesti, ma capace di lasciare segni profondi.

La famiglia come risorsa

Uno dei messaggi più forti della serata è stato il riconoscimento della famiglia come risorsa, anche nei momenti di crisi.
La crisi, è stato ricordato, non è solo qualcosa che “rompe”, ma può diventare un passaggio, un momento che segna una trasformazione possibile.

La dottoressa Pace ha sottolineato come spesso i genitori si sentano smarriti, in difficoltà nel decifrare i segnali dei figli, ma anche schiacciati dal senso di colpa. Un genitore ripiegato su di sé, però, fatica ad essere davvero presente. Da qui l’invito a ritrovare l’insostituibilità del ruolo educativo di padre e madre, in un tempo in cui il disorientamento sociale pesa fortemente sulle relazioni familiari.

La parola che perde valore… e le relazioni che ne risentono

Un altro filo rosso della serata è stato il tema della parola.
Viviamo in un’epoca in cui la parola sembra aver perso parte del suo valore simbolico: quando la parola si indebolisce, anche le relazioni umane ne risentono. Questo si riflette nel modo di comunicare, nel linguaggio pubblico, nei media, nei social, ma anche nelle dinamiche quotidiane tra adulti e ragazzi.

È emersa con forza la confusione tra etico ed estetico, tra valore della persona e immagine, tra ciò che conta davvero e ciò che viene esibito. Una confusione che finisce per influenzare anche i principi educativi e il modo di stare in relazione con l’altro, che è sempre “altro da me”.

Educare: accompagnare, non etichettare

Un passaggio particolarmente significativo ha riguardato il senso profondo dell’educazione: ex-ducere, tirare fuori, accompagnare.
I giovani hanno bisogno di essere ascoltati, di poter prendere parola, di sentirsi parte del “palco sociale”, non di essere etichettati. Le etichette ghettizzano; l’ascolto, invece, apre alla crescita, alla cultura, al riconoscimento dell’altro.

È stato forte anche il richiamo alla necessità di adulti autorevoli, capaci di porre limiti, di assumersi responsabilità, di dire dei “no” che non siano chiusure, ma atti educativi. Nella provocazione – nel chiamare fuori – c’è una voce che chiede presenza, non delega.

Un dono per la comunità

La serata ha lasciato nei presenti il senso di aver partecipato a un momento davvero prezioso, capace di offrire chiavi di lettura profonde sul tempo che viviamo e sul nostro ruolo di adulti nella crescita dei ragazzi.

I feedback sono stati molto positivi, e forse proprio per questo resta il desiderio che incontri così ricchi possano coinvolgere sempre più persone della nostra comunità. Perché questi temi non riguardano “alcuni”, ma parlano a tutti: genitori, educatori, adulti, comunità intera.

Questo primo appuntamento ha aperto con forza e verità la Settimana dell’Educazione, ricordandoci che gesti e parole lasciano davvero il segno. Sta a noi scegliere che segno vogliamo lasciare.